Fas Nefaust

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Condominium

Non sono stato educato ad amare ma a diffidare, cioè odiare. I miei educatori, tutte brave persone, per carità,  non mi hanno insegnato a riconoscere con chi aprirmi, ma solo con chi chiudermi. Mi hanno insegnato a proteggermi prima ancora che ci fosse qualcosa da proteggere. Ora va di moda la povertà, e fin qui ci capiamo. Siamo tutti d’accordo: basta con la società dei consumi. Ok, va bene. Ma poi, che si fa? Come lo impieghi il tempo? Tu dici: insieme agli altri, con lo scambio e il dono. Ok, e se poi mi annoio? Se poi mi fa schifo? Guarda che in una società conviviale e solidale i narcisisti come me soffrono, e parecchio. Ma tu hai idea di chi siamo noi? Noi stiamo bene in società atomizzate, tra gente che ha paura dell’altro, magari ossessa dal proprio corpo, eh! Noi  viviamo la felicità o serenità altrui come una violenza nei nostri confronti, perché siamo gente competitiva! Vogliamo sempre sentirci meglio di chiunque altro. Vogliamo che il mondo ci confermi sempre che sì, abbiamo fatto l’affare, conviene, c’abbiamo preso, l’abbiamo fatta nel vasino e via così. Capito che elementi? Come fai a metterci a una tavolata di condomini, con figli che strillano nell’androne del palazzo, per una fottuta cena tra vicini di casa dove “ognuno porta qualcosa”? Noi una società così la sabotiamo. A morte! Mettiamo una bomba nel palazzo, che crolli tutto, anche il nostro appartamento appena ristrutturato, che importa? Diventiamo terroristi pur di impedire quella cena. Io non ho mai visto in faccia il mio vicino di casa, per dire, eppure dormiamo cranio a cranio da più di dieci anni, ogni notte. Capito che tipo sono? Io voglio che i miei vicini soffrano, che stiano peggio di me e quando mi vedono sulle scale voglio si sentano delle merdacce, ecco.

Qui ci sono alberi alti e silenzio. Le notti, d’inverno, nel letto vicino alla finestra aperta, io sento il vento che passa tra i rami spogli. Anche questo suono può proteggere, mi dico, non servono le fronde dei primi giorni di giugno. Sono solo ma qualcuno di vivo mi avvolge. Non sono solo. È bene vivere in posti circondati da alberi alti. Una città popolata da soli esseri umani e piante da balcone opprime e assorda, sempre.

“Faccio il porco? No, cerco di penetrare donne nude, è diverso. A me non interessa tutto quello che c’è intorno e le volgarità varie. Io non dico sconcezze, amo la bellezza. Ho 63 anni, mi guardi. Cerco solo donne che si spoglino nude e accolgano un vecchio animale come me. Non un porco, un cervo. Tutto l’osceno che desideravo l’ho avuto, resta la sua nudità a darmi vita, il suo corpo non più nascosto. Sono nato nel ’48. Ho vissuto. Signorina, fa male a rifiutarmi. Mi guardi: sono innocuo. Certo, poi è vero che voglio toccarla ma…Io ho la delicatezza di chi ha esperienza. Crescere a Roma negli anni Cinquanta, padre torinese e madre svizzera, non è una fortuna che capita a tutti, sa? Conosco le donne da molti anni. Ma non fraintenda…perché non si toglie quel soprabito? Cos’ha? Se quell’aria che l’avvolge mentre mi guarda è veramente schifata e impaurita, lei sbaglia. Mi giudica con troppa severità e, mi permetta, moralismo. In cosa sarei abietto, mi dica? Fa male sentirsi giudicati a questo modo solo per avere un desiderio. E uno dei più banali, poi! E dolci. Naturalmente, a un certo punto comincerò ad ansimare, un respiro più pesante, ecco, ma se lei preferisce terrò i vestiti addosso e no, non sentirà il mio fiato di vecchio su di lei, saprò scostarmi. Mi faccia ora toccare le sue mani, la prego.”

Più poveri per tutti

O neo tu che indossi il Loden, questo il tuo impegno concreto? Un milione di posti di lavoro in meno, per decreto? Prestarci oggi il nostro pane quotidiano e rimettere fetido su di noi il nostro debito, come noi lo rimettiamo, con spasmi, sul nostro debitore? (Il quale, senza troppo strepito né onore, ci lascerà con il classico cerino in mano perché tanto tra poco muore, decrepito –  ma dio quanto se l’è spassata, bastardo d’un sessantottino scopatore!)

Questi “giovani che non trovano lavoro”
e l’inedia rende brutti,
portino pazienza,
diventeranno vecchi, anche loro, con futuro garantito.
O almeno in totale indigenza,
reietti. In graduatoria per il pane di Stato.
O meglio ancora: morti.
Non vi hanno informato? La morte assume a tempo indeterminato.
Quindi coraggio, ragazzotti,
nel regno dei cieli c’è posto per tutti.
E in fondo, beati i poveri, no? Lo diceva anche quel pazzo esaltato.

Divertirsi con poco

La mia bocca sa di putrefatto, mangio troppa carne. Dovrei smetterla con tante cose anche se molti mi dicono ‘non fai mai niente’, ‘non ti si vede mai’, ‘dove stai sempre?’. Potrei passare all’azione abbandonando certe pratiche, da buon buddhista; mi frena la paura di rimpiangerle un istante dopo, da buono stronzo. Gli abitudinari non fanno le rivoluzioni, si sa. Tanto meno i nostalgici.
Faccio sempre le stesse cose. Nella stessa ora di una settimana mi trovi nello stesso luogo a fare la stessa cosa. E questo possono testimoniarlo tutti: dalla mia vicina, che mi spia, al Console svizzero, mio datore di lavoro, ai miei genitori baby-boomer. Mai nessuno però ha notato e nota lo sforzo mio nel pensare cose sempre diverse, con disciplina, come una vecchia che nel solito tragitto Coop-casa fa gli esercizi di memoria prescritti dal neurologo per non rincoglionire. Nascondermi in pubblico mi diverte. Chiusi nel convento dell’abitudine che è la mia vita io nascondo i miei pensieri divertiti, perché diversi. Pensare il diverso nello stesso: stesso cranio, stesso volto, stessa vitaccia. “Taci e fingi”, diceva il poeta.
Questo marciume in bocca è comunque colpa delle sigarette prese in Brasile, sia chiaro. Poi tre cose, tutte e tre realizzabili in un attimo se non fosse che spunta subito fuori Hegel con l’antitesi…Sono tre:
1) Sognare oppure rassegnarti serenamente: assisti in pace all’impatto con il pianeta Melancholia assorbendo nudo i suoi raggi azzurrini.
2) Amare indistintamente oppure amare distinguendo, tu sì, tu no, selezionando senza sosta cose, persone, decisioni, quindi, come richiesto da ogni selezione, imparando anche a odiare: invidiare, offendere, sfruttare.
3) Dimenticare, sbarazzandoti del vissuto oppure catalogare tutto, farti impressionare dal maggior numero possibile di già vissuto per non separartene mai. Per esempio scrivere o essere nostalgico.
Quanti verbi, che disastro!

Sto  pagando il pedaggio
al confine del male.
 
Seguirmi con lo sguardo, perché Orfeo?
Poco saggio.
 
Tu puoi amarmi,
hai un vantaggio,
non vale.
 
Non posso voltarmi.

Fame di crisi

Mi sono spinto troppo in là con le previsioni,
ora veleggio in un mare che non esiste.
O meglio, che non riesco a vedere né toccare.
Credevo sarebbe/fosse arrivata la catastrofe collettiva, pubblica.
Credevo in una catartica messa in scena teatrale della collettiva disperazione, invece
la vita di ciascuno si sgretola al riparo da sguardi indiscreti, negli appartamenti e, soprattutto, in silenzio.
Io che tendo l’orecchio per captare i pianti disperati dei miei vicini, sento solo il rimbombo della tv e qualche mobile spostato; se dal terrazzino, nascosto, spio il ragazzo che abita sotto portare fuori il cane, non vedo lacrime né esasperazione. Qualche tic, sì, ma nulla più.
Io non ti conosco, io non so chi sei. Quindi tranquillo: nessuno ti può giudicare, nemmeno io. So però che tu, come tutti gli altri, dipendi dai soldi. E so che i tuoi genitori non sono abbastanza ricchi per renderti indipendente dal lavoro salariato. Ma il resto, proprio mi sfugge.
Che palle, ho toppato. Mi chiedo: ma il nervosismo non li rode, questi? Non so.
Sono arrabbiati, indignati, che roba sono? Non so.
Sono soprattutto stanchi. E tanti. Ecco, questo so.
Così tanti che sembrano tutti.  Ma no, non c’è tensione: nessun dolore, la gente si addormenta in metropolitana con l’ipod alle orecchie, a capo chino, alcuni dormono coprendosi il viso, per nascondere lo sfinimento.
Io pagherei per avere trascritti i loro pensieri una volta risvegliati e riemersi in superficie, la bocca dolce,  tra le 18:56 e le 19:03 di un martedì, durante il breve tragitto che li separa dal uscita nel buio della metro alla loro “casa”, dove io li aspetterò per spiarli. Pagherei, sì. Dopotutto lavoro per pagarmi questi vizi.
Ammira, Titiro, la mia sincerità. Ho fame di crisi, non mi basta mai, ne voglio sempre più!

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