Fas Nefaust

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4.B Anna e Basini al Derhof

(1.A)

“La conoscenza di Hermann da parte mia è stata profonda, cos’altro le posso dire?”
“Non saprei, potrebbbe dirmi cosa intende per profonda.”
“Profonda…troppo.”
“Perché troppo?”
“Beh, perché poi è diventata rischiosa.”
“Rischiosa?”
“E poi è finita.”
Basini sorrise, come per arrendersi. Era in effetti molto stanco. Abbassò lo sguardo. Voleva farle capire che non avrebbe chiesto oltre e rimase in silenzio. Trascorsero un minuto così.
Riprese Anna:
“Quando scendi nella profondita di un’anima, di un cuore, di una persona, insomma di un essere umano con cui condividi la tua vita, no? Ti esponi a un rischio. E’ un po’…vediamo se riesco a farle capire, come un ladro che si arrampica ed entra dalla finestra in una stanza e poi, invece di cercare la cassaforte o rovistare nei cassetti, si volta e scopre il mondo che c’è fuori dalla stanza, oltre la finestra stessa. Io una volta entrata all’interno di Hermann, veramente all’ interno, mi sono voltata e ho visto il mondo con i suoi occhi. Capisce? Uno spettacolo inaspettato. Io volevo conoscere lui e invece mi trovo a vedere il mondo attraverso di lui. Bum. Ma non è questo il rischio. Non è stato questo nuovo punto di vista a farmi sentire il rischio, capisce? Questo, semmai, è il bello, il traguardo più bello che un essere umano può compiere quando conosce un altro essere umano, no?”
Basini ebbe una leggera scossa alla schiena e seppe dire solo: “Sì.”
Era tornato a fissarla, come allucinato.
“Io almeno credo di avere fatto bene a conoscere così nel profondo Hermann, anche se poi vedendo il mondo come lo vedeva lui, come posso spiegarle? Sono arrivata a capire che era meglio per lui stare lontano da me. E mi sono allontanata, capisce?”
“Sì, e questo è il rischio?”
“Questo è stato il rischio.”
“E così è uscita dalla finestra. Era suonato l’allarme?”
Anna rise.
“Perché ride?” chiese Basini.
“Perché sta usando la mia metafora, vuol dire che le è piaciuta”
“Mi è piaciuta, soltanto mi manca un pezzo.”
“Ah. Vuole sapere perché sono uscita, certo.”
“Perché è uscita ma mi accontententerei di sapere perché è entrata. Di un ladro si sa, il perché. Entra attirato da ciò che crede di trovare all’interno, scappa perché, in un certo senso, si sente colpevole, sa che non si deve rubare e non vuole essere punito. E lei?”
Anna tornò di nuovo seria.
“Ha ragione, dottore, sì.”
Fece una lunga pausa.
Riscese il silenzio, tornò l’imbarazzo in Basini.
“Lei vuole sapere se mento, vero? Pensa che io abbia lasciato Hermann perché era giusto per me, non per lui. E’ questo che pensa?”
Basini strinse i denti, diventò rosso. Ora l’imbarazzo era quasi diventato fastidio, disagio fisico nel trovare le parole, articolare muscoli, emettere suoni.
“No, Anna. Questi sono fatti suoi. Sono risposte che se vorrà dovrà dare a se stessa. Io vorrei sapere cosa è successo quando ha sentito l’allarme, ed è uscita dalla vita di Hermann. Come le ho detto prima, noi ora dobbiamo capire…provo ad andare avanti con la sua metafora, cosa succede quando qualcuno decide di andarsene da quella finestra entro cui guarda il mondo. E dobbiamo fare questo per valutare l’impatto che il trattamento sta avendo adesso, qui, ora su di lei e sulle persone che fanno parte della sua vita. E l’impatto che avrà dopo.”
“Dopo?”
“Dopo il coma, Anna.”

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3.A – Nascita di una possibilità

Questi fatti si svolsero in Austria nel periodo che va dal novembre del 2043 al marzo 2044. La vicenda di Julia Neka, del dott. Victor Basini e di Anna Reger portò prima alle dimissioni del governo nazionale austriaco presieduto da Hermann Bahr, poi al referendum continentale sul coma di stato, infine alle direttive europee tese a regolamentare il ruolo dello stato nei casi di coma procurato volontariamente.

(…) 1.A 1.B 1.C + 4.B 5.C

Nel 2031 ci fu il caso della filippina Luz Pempengco che trasmise live, dalla camera dello studentato nel centro di Manila dove viveva e studiava, il filmato del proprio coma fatto in casa. Una clip di dieci minuti senza titolo dove si vedeva la ragazza prima sistemare la cam sul comodino vicino al letto, poi triturare dei farmaci non identificati sostendendo di averli trovati comodamente in rete, trasferire il prodotto in un bicchiere da cocktail pieno d’acqua, stendersi sul letto e bere con tre sorsi decisi l’intero bicchiere prima di allungarsi e salutare guardando in camera con un accenno di sorriso.
Alcuni identificano questo filmato come il primo episodio mai registrato di coma procurato, anche se in realtà fu solamente il primo a essere ripreso e diffuso in quel modo. Fu, semmai, la prima sequenza virale su scala planetaria che mostrava le modalità, gli effetti, la facilità, la possibilità di qualcosa sino ad allora impensabile. Non si era mia vista una cosa del genere. Abbondavano i filmati di malati terminali che si suicidavano davanti alla cam. Abbondavano i suicidi in diretta tv, i suicidi rituali alla Mishima, non si contavano le eutanasie filmate e messe in rete. Mai si era visto un essere umano spiegare e mostrare la facilità con cui calarsi in uno stato vegetale senza spiegare le ragioni del proprio gesto, dando per acquisito, ormai, che la cosa fosse alla portata di tutti. Come la ricetta di un piatto che tutti sino ad allora pensavano impossibile da fare e che invece no, non è più impossibile. Un gesto alla portata di tutti che non richiedeva più spiegazioni, proclami, giustificazioni.
Un anno dopo la diffusione di quel filmato, nel marzo 2032, la possibilità del coma procurato apparve anche in Europa. In Danimarca, un gruppo di amici tutti diciannovenni (i fratelli Michael e Yuri Janssen, Erick Tornar e Alexander Trikenson)  si riunirono un sabato sera anche loro con un kit auto procurato di farmaci e con l’intento preciso di entrare in uno stato di coma: ben tre ci riuscirono, rimanendo in vita alimentati delle macchine per tre mesi. Uno dei due fratelli Janssen morì; altri due riportarono deficit cardiaci e neurologici permanenti (sordità, perdita dell’uso delle gambe) sin dal risveglio in clinica. In questo caso, l’opinione pubblica fu scossa sia dalla giovane età dei ragazzi, sia perché venne scoperto che i composti che ingerirono erano stai assemblati seguendo scrupolosamente uno dei centinaia di manuali sul coma fai da te ovunque disponibili e, soprattuto, senza ricorrere ad acquisti di farmaci in rete o in farmacie governative ma unicamente attingendo a farmaci già presenti in casa di almeno due dei quattro ragazzi. Ancora più sconvolgente fu il fatto che, durante le indagini, emerse con evidenza come il Trezol, l’anestetico alla base del cocktail che assunsero, era presente non solo nelle case di tutte e tre le famiglie ma anche nel sangue di entrambi i genitori di Erick Tornar e della madre dei fratelli Janssen.

Dopo i fatti danesi, il terrore che quei gesti potessero diventare non più solo concepibili, ma realizzabili, dilagò ovunque. Governi, istituzioni, fino alle singole famiglie di madri e padri di tutte le società occidentali del pianeta provarono a gestire la nascita mediatica di quella possibilità. E l’unico modo per farlo, al di là di come la si pensasasse, era parlarne. Rendere mediatica la cosa. E fu così che la possibilità di procurarsi un coma per non vivere acquisì immediatamente dignità di argomento che vale la pena discutere. Venne dimostrato come, dopo i fatti danesi, i focolai di discussione in rete presso gli under 25 sul tema del “coma” aumentò del 500% con picchi del 700% in USA e 800% in Giappone. Un gesto così rischioso eppure così semplice! Talmente semplice che nessuno lo aveva pensato prima. I gruppi politici di quasi ogni nazione si spesero in  interrogazioni parlamentari e vennero organizzati centinaia di dibattiti in rete, pure fisici, la maggior parte formata da un vero e proprio pubblico in sala ripreso da cam formato da giovani e genitori che dibattevano e si interrogavano tra loro, il tutto con alle spalle le immagini ingigantite, inquietanti, dei giovani ragazzi danesi. Tutto questo trasformò il coma in un argomento di cui non solo si poteva, ma si doveva discutere, passando da idea inconcepibile a idea concepibile. E, naturalmente, ci si spinse oltre. La retorica della prevenzione e del “dobbiamo riunirci tutti e capire cosa ci ha portato qui, dobbiamo parlare con i nostri figli, i nostri cari, i nostri amici” fece alzare ulteriormente le fiamme dell’incendio e divenne il principale vettore con cui la possibilità del coma si diffuse, divenne concreta. Il solo parlarne trasformò quella pratica  un tempo inconcepibile, non solo pensabile, ma fattibile. E tutto avvenne nell’arco dei pochi mesi successivi ai fatti danesi. Finendo in coma ognuno aveva a disposizione, gratis, il narcotico più potente presente in natura, il più efficace, il più visionario. Un pensiero apparentemente folle. Ma che in un attimo, fu veramente questione di attimi, divenne un pensiero di moda dilagante che travalicò il mondo adolescenziale e – come succedeva già da anni, sempre più spesso – contagiò i trenta-quarantenni urbanizzati di mezzo mondo.
Ma se il villaggio globale della comunicazione accolse nel solo modo possibile l’argomento del coma procurato, ovvero rimasticandolo e fagocitandolo con ogni mezzo, pluralizzando i punti di vista in nome dell’approfondimento giornalistico e moltiplicando esponenzialmente la pubblicità sulla faccenda, la fascia pensante di ogni società nazionale formata intellettuali di varie estratture, professori, clinici, direttori creativi delle più importanti catene di intrattenimento, rappresentanti religiosi e di associazioni laiche, reagì  con interventi che non portarno a nulla. I casi di Luz Pempengco e dei ragazzi danesi servirono da carburante per alimentare i due grandi filoni interpretativi, a volte comunicanti, a volte opposti,

Da un lato gruppi detrattori conservatori che vedevano nella rete, nella sua capacità distibutiva di messaggi, sostanze farmaceutiche e filmati

che avevano portato  il male assoluto ora Nel corso di tutti gli anni ’30 si ridusse il problema Di fronte alla domanda “perché lo fanno?” non venne elaborata nessuna risposta capace di trasformarsi

non riuscirono  e

 

 

Dopo il caso di , le immagini di lei che pestava le pastiglie…

Intorno alle immagini di Luz Pempengco che pestava le pastiglie sul comodino cantando sottovoce una canzone pop filippina degli anni ’20, c’era ch

Intorno alle immagini

intellettuali di varia sorte spiegavano il fenomeno del coma procurato. C’era chi, come

Perché la diffusione
1) (invasività rete, troppa disponibilità)

2) Per altri, invece, il popolo del coma, in fondo, non era altro che il popolo di nipotini di nonne e nonne che furono ragazzi negli anni sessanta del secolo scorso, e che per primi fecero un uso massiccio, interclassista e spettacolare della droga. L’insostenibile leggerezza dell’essere che nella primavera ’68 si era insufflata tra i palazzi di Praga era diventata nei primi decenni del nuovo millennio davvero troppo, troppo insostenibile. Troppo leggera. I nipotini degli hippy di Berkely e dei contestatori di Nanterre… (nessuna ideologia = autodistruizione)
Certamente, soltanto con l’introduzione e la messa in disponibilità per le masse popolari di sostanze chimiche o sintetizzata chimicamente come l’eroina magari associata a farmaci come  sonniferi, anestetici, antidolorifici, ipnotici o come le benzodiazepine – soltanto con l’ampia (grazie alla rete) e legale (grazie alla compiacenza dei governi) disponibilità di questi prodotti si è potuto permettere a un singolo cittadino di calarsi in uno stato vegetale in maniera del tutto silenziosa, anonima, al riparo dal controllo e dagli sguardi di chiunque.
Certamente, il coma, ovvero uno stato di morte durante la vita, non è supportato da leggende o da miti che da sempre si dedicano ad altri trapassi, ben più benigni e propizi, come la resurrezione (la vita dopo la morte) o la nascita (la vita dopo la non vita).
Ma, con altrettanta certezza, si può affermare che già durante tutto il Novecento si rafforzò in tutto l’Occidente capitalista e consumista il mito dell’autodistruzione dell’individuo, mito che fu reso disponibile a tutti dall’industria dello spettacolo prima attraverso la figura  dell’artista, sotto forma di poeta maledetto o cantante punk, poi come condizione alla portata di tutti – democratica – attraverso la droga. (…)

L’idea di uscita dal mondo, cara ai mistici…(…)

L’oblio romantico, si dirà. (…)

Comunque sia:

Furono due gli episodi che resero il coma un argomento sempre più frequente e presente nell’informazione e nella saggistica come pure nella produzione di video e di quei pochi film che ancora uscivano da Hollywood.
Il primo, fu senz’altro il successo clamoroso del documentario di due studenti australiani…(…)  7.C

“Dobbiamo raccontare quello che abbiamo visto e sentito, Jeff. E quello che abbiamo visto e sentito è questo. Non altro. Il messaggio non è né negativo né positivo, è questo.”
“Vero, ma nessuno di loro è pentito. Nessuno di loro sette ammette di avere sbagliato, ti rendi conto? Sembra che abbiamo fatto un filmato con un punto di vista solo.”
“Il punto di vista non c’è, amico. Tu prendi e vai da qualcuno che ha fatto qualcosa di eccezionale, di incredibile, di pazzesco, ok? E lo intervisti. Ecco tutto. Poi vai da un altro che ha fatto lo stesso e lo intervisti. E poi da un altro ancora, sette volte così. Abbiamo già cercato di montare altri pezzi di una singola testimonianza, più cool o più positivi, come dici tu, ricordi? Ma la somma è sempra la stessa , no? L’ho hai detto anche tu. Quindi…io non aggiungerei altre testimonanze esterne. Nessun punto di vista di nessun parruccone, è inutile, Jeff. Se abbiamo la coscienza pulita perché sporcarla? Facciamo vedere loro sette, magari rimontiamo le storie di nuovo come piace a te ma niente Noi non abbiamo nessuna tesi da dimostrare, né abbiamo selezionato troppo le persone da intervistare, erano già tutti famosi e stra intervistati nei loro paesi! E tanto meno abbiamo cercato di condurre l’interviste…ok? L’unico criterio è stato disponibilità di  queste persone a raccontare la propria storia di coma, fine.”
“Hugh, abbiamo montato tutte queste persone uno dopo l’altra e ora stiamo creando una sorta di feticcio per una comunità. Quasi una giustificazione. Lo capisci, questo? I tipi che abbiamo intervistato non erano mai stati intervistati così…come abbiamo fatto noi”
“Li hanno intervistati eccome, ma male. Li hanno trattati tutti come dei malati di mente. E in nessun caso gli è stato chiesto se avrebbero ripetuto il gesto”
“E allora?”
“Noi lo abbiamo chiesto a tutti.”
“Hugh, se questa cosa fa il botto sarà la nostra prigione, non usciremo mai puliti da fidati di questo.”
“Prima fammi fare il botto, poi ti dirò com’è la prigione”
“Ma non farà il botto. Te lo dico io. E il problema sono le sette interviste tutte uguali.”

Con 245 milioni di visualizzazioni a un anno dalla messa in rete, Beside life il film documentario di Hugh Borlain e Jeff Seciski, divenne il filmato più visto nel 2034. Si trattava della tesi di laurea congiunta che i due decisero di presentare nel ’32 a conclusione dei loro studi di cinema. Non fu facile per i due convincere della bontà del progetto la commisione interna all’università di Melbourne che avrebbe dovuto finanaziare le dieci tesi in cinematografia di quell’anno. All’inizio, la platea della commissione universitaria si rifiutò prendere in considerazione qualsiasi finanziamento, anche minimo, sconcertata dallo scarno soggetto. scritto da Seciski, che descriveva il progetto  “Il film contiene le testimonianza di tre uomini e quattro donne di età, professioni e nazionalità differenti con un’unica cosa in comune: tutti e sette si sono provocati in maniera autonoma e volontaria, tra quattro  mura di casa, un coma farmacologico.” Fu solo grazie all’eccellente curriculum studiorum di Borlain e alla promessa di “denunciare un fenomeno orribile e spiegare ad altri ragazzi come noi i rischi di questa pratica abbietta”, promessa che Borlain fece di persona al rettore, amico di suo padre, fu solo così che fu reso loro disponibile un micorfinanziamento (il più basso tra tuti i porogetti presentati) per coprire le spesa base di produzione e soprattutto fu garantita loro (…) 2.C  .”

 

Migliaia di essere umani  puntarono dunque al coma, aspirando l’abbandono dei sensi, del mondo vissuto.
Non cercavano la morte. Questo punto è decisivo.
Le persone che andavano in coma non erano aspiranti suicidi né avevano impulsi autodistruttivi tipici degli stati maniaco depressivi   – non più di un qualsiasi essere umano che si droga. Volevano, a modo loro, continuare a vivere. Nel coma, essi intravedevano una speranza. Volevano dormire, oblio.  Puntavano solo a  un uno stato di infermità fisica e psichica totale, magari permanente. Magari no: con l’aumentare dei tentativi e la condivisione delle esperienze, le tecniche si affinarono e sempre più persone riuscirono addirittura a predeterminare il periodo da trascorrere in coma.
La durata più richiesta: sei mesi.
Uomini e donne non ancora stanchi di conoscere, in ogni caso. Esseri umani che preferirono vivere nel nulla piuttosto che morire nel simulacro di qualcosa. Tipi strani, per lo più, certo. Tossici estremisti, forse, ma anche professionisti, intellettuali, padri di famiglia, disoccupati, artisti falliti, studenti tanto a digiuno di droga quanto di determinazione per farla finita una volta per tutte, uccidendosi. Perché morire se posso restare in vita da morto?

2.A 2.B

I due filmaker avevano posto tre semplici domande, sempre le stesse, a tutti i sette gli intervistati.

La prima domanda era: perché hai deciso di procurarti un coma? La seconda domanda: perché il coma e non un qualsiasi altro stato? L’ultima domanda: ti sei pentito di quello che hai  fatto?

Condominium

Non sono stato educato ad amare ma a diffidare, cioè odiare. I miei educatori, tutte brave persone, per carità,  non mi hanno insegnato a riconoscere con chi aprirmi, ma solo con chi chiudermi. Mi hanno insegnato a proteggermi prima ancora che ci fosse qualcosa da proteggere. Ora va di moda la povertà, e fin qui ci capiamo. Siamo tutti d’accordo: basta con la società dei consumi. Ok, va bene. Ma poi, che si fa? Come lo impieghi il tempo? Tu dici: insieme agli altri, con lo scambio e il dono. Ok, e se poi mi annoio? Se poi mi fa schifo? Guarda che in una società conviviale e solidale i narcisisti come me soffrono, e parecchio. Ma tu hai idea di chi siamo noi? Noi stiamo bene in società atomizzate, tra gente che ha paura dell’altro, magari ossessa dal proprio corpo, eh! Noi  viviamo la felicità o serenità altrui come una violenza nei nostri confronti, perché siamo gente competitiva! Vogliamo sempre sentirci meglio di chiunque altro. Vogliamo che il mondo ci confermi sempre che sì, abbiamo fatto l’affare, conviene, c’abbiamo preso, l’abbiamo fatta nel vasino e via così. Capito che elementi? Come fai a metterci a una tavolata di condomini, con figli che strillano nell’androne del palazzo, per una fottuta cena tra vicini di casa dove “ognuno porta qualcosa”? Noi una società così la sabotiamo. A morte! Mettiamo una bomba nel palazzo, che crolli tutto, anche il nostro appartamento appena ristrutturato, che importa? Diventiamo terroristi pur di impedire quella cena. Io non ho mai visto in faccia il mio vicino di casa, per dire, eppure dormiamo cranio a cranio da più di dieci anni, ogni notte. Capito che tipo sono? Io voglio che i miei vicini soffrano, che stiano peggio di me e quando mi vedono sulle scale voglio si sentano delle merdacce, ecco.

Qui ci sono alberi alti e silenzio. Le notti, d’inverno, nel letto vicino alla finestra aperta, io sento il vento che passa tra i rami spogli. Anche questo suono può proteggere, mi dico, non servono le fronde dei primi giorni di giugno. Sono solo ma qualcuno di vivo mi avvolge. Non sono solo. È bene vivere in posti circondati da alberi alti. Una città popolata da soli esseri umani e piante da balcone opprime e assorda, sempre.

“Faccio il porco? No, cerco di penetrare donne nude, è diverso. A me non interessa tutto quello che c’è intorno e le volgarità varie. Io non dico sconcezze, amo la bellezza. Ho 63 anni, mi guardi. Cerco solo donne che si spoglino nude e accolgano un vecchio animale come me. Non un porco, un cervo. Tutto l’osceno che desideravo l’ho avuto, resta la sua nudità a darmi vita, il suo corpo non più nascosto. Sono nato nel ’48. Ho vissuto. Signorina, fa male a rifiutarmi. Mi guardi: sono innocuo. Certo, poi è vero che voglio toccarla ma…Io ho la delicatezza di chi ha esperienza. Crescere a Roma negli anni Cinquanta, padre torinese e madre svizzera, non è una fortuna che capita a tutti, sa? Conosco le donne da molti anni. Ma non fraintenda…perché non si toglie quel soprabito? Cos’ha? Se quell’aria che l’avvolge mentre mi guarda è veramente schifata e impaurita, lei sbaglia. Mi giudica con troppa severità e, mi permetta, moralismo. In cosa sarei abietto, mi dica? Fa male sentirsi giudicati a questo modo solo per avere un desiderio. E uno dei più banali, poi! E dolci. Naturalmente, a un certo punto comincerò ad ansimare, un respiro più pesante, ecco, ma se lei preferisce terrò i vestiti addosso e no, non sentirà il mio fiato di vecchio su di lei, saprò scostarmi. Mi faccia ora toccare le sue mani, la prego.”

Più poveri per tutti

O neo tu che indossi il Loden, questo il tuo impegno concreto? Un milione di posti di lavoro in meno, per decreto? Prestarci oggi il nostro pane quotidiano e rimettere fetido su di noi il nostro debito, come noi lo rimettiamo, con spasmi, sul nostro debitore? (Il quale, senza troppo strepito né onore, ci lascerà con il classico cerino in mano perché tanto tra poco muore, decrepito –  ma dio quanto se l’è spassata, bastardo d’un sessantottino scopatore!)

Questi “giovani che non trovano lavoro”
e l’inedia rende brutti,
portino pazienza,
diventeranno vecchi, anche loro, con futuro garantito.
O almeno in totale indigenza,
reietti. In graduatoria per il pane di Stato.
O meglio ancora: morti.
Non vi hanno informato? La morte assume a tempo indeterminato.
Quindi coraggio, ragazzotti,
nel regno dei cieli c’è posto per tutti.
E in fondo, beati i poveri, no? Lo diceva anche quel pazzo esaltato.

Divertirsi con poco

La mia bocca sa di putrefatto, mangio troppa carne. Dovrei smetterla con tante cose anche se molti mi dicono ‘non fai mai niente’, ‘non ti si vede mai’, ‘dove stai sempre?’. Potrei passare all’azione abbandonando certe pratiche, da buon buddhista; mi frena la paura di rimpiangerle un istante dopo, da buono stronzo. Gli abitudinari non fanno le rivoluzioni, si sa. Tanto meno i nostalgici.
Faccio sempre le stesse cose. Nella stessa ora di una settimana mi trovi nello stesso luogo a fare la stessa cosa. E questo possono testimoniarlo tutti: dalla mia vicina, che mi spia, al Console svizzero, mio datore di lavoro, ai miei genitori baby-boomer. Mai nessuno però ha notato e nota lo sforzo mio nel pensare cose sempre diverse, con disciplina, come una vecchia che nel solito tragitto Coop-casa fa gli esercizi di memoria prescritti dal neurologo per non rincoglionire. Nascondermi in pubblico mi diverte. Chiusi nel convento dell’abitudine che è la mia vita io nascondo i miei pensieri divertiti, perché diversi. Pensare il diverso nello stesso: stesso cranio, stesso volto, stessa vitaccia. “Taci e fingi”, diceva il poeta.
Questo marciume in bocca è comunque colpa delle sigarette prese in Brasile, sia chiaro. Poi tre cose, tutte e tre realizzabili in un attimo se non fosse che spunta subito fuori Hegel con l’antitesi…Sono tre:
1) Sognare oppure rassegnarti serenamente: assisti in pace all’impatto con il pianeta Melancholia assorbendo nudo i suoi raggi azzurrini.
2) Amare indistintamente oppure amare distinguendo, tu sì, tu no, selezionando senza sosta cose, persone, decisioni, quindi, come richiesto da ogni selezione, imparando anche a odiare: invidiare, offendere, sfruttare.
3) Dimenticare, sbarazzandoti del vissuto oppure catalogare tutto, farti impressionare dal maggior numero possibile di già vissuto per non separartene mai. Per esempio scrivere o essere nostalgico.
Quanti verbi, che disastro!