Fas Nefaust

Tra il dire e il non fare

Condominium

Non sono stato educato ad amare ma a diffidare, cioè odiare. I miei educatori, tutte brave persone, per carità,  non mi hanno insegnato a riconoscere con chi aprirmi, ma solo con chi chiudermi. Mi hanno insegnato a proteggermi prima ancora che ci fosse qualcosa da proteggere. Ora va di moda la povertà, e fin qui ci capiamo. Siamo tutti d’accordo: basta con la società dei consumi. Ok, va bene. Ma poi, che si fa? Come lo impieghi il tempo? Tu dici: insieme agli altri, con lo scambio e il dono. Ok, e se poi mi annoio? Se poi mi fa schifo? Guarda che in una società conviviale e solidale i narcisisti come me soffrono, e parecchio. Ma tu hai idea di chi siamo noi? Noi stiamo bene in società atomizzate, tra gente che ha paura dell’altro, magari ossessa dal proprio corpo, eh! Noi  viviamo la felicità o serenità altrui come una violenza nei nostri confronti, perché siamo gente competitiva! Vogliamo sempre sentirci meglio di chiunque altro. Vogliamo che il mondo ci confermi sempre che sì, abbiamo fatto l’affare, conviene, c’abbiamo preso, l’abbiamo fatta nel vasino e via così. Capito che elementi? Come fai a metterci a una tavolata di condomini, con figli che strillano nell’androne del palazzo, per una fottuta cena tra vicini di casa dove “ognuno porta qualcosa”? Noi una società così la sabotiamo. A morte! Mettiamo una bomba nel palazzo, che crolli tutto, anche il nostro appartamento appena ristrutturato, che importa? Diventiamo terroristi pur di impedire quella cena. Io non ho mai visto in faccia il mio vicino di casa, per dire, eppure dormiamo cranio a cranio da più di dieci anni, ogni notte. Capito che tipo sono? Io voglio che i miei vicini soffrano, che stiano peggio di me e quando mi vedono sulle scale voglio si sentano delle merdacce, ecco.

Qui ci sono alberi alti e silenzio. Le notti, d’inverno, nel letto vicino alla finestra aperta, io sento il vento che passa tra i rami spogli. Anche questo suono può proteggere, mi dico, non servono le fronde dei primi giorni di giugno. Sono solo ma qualcuno di vivo mi avvolge. Non sono solo. È bene vivere in posti circondati da alberi alti. Una città popolata da soli esseri umani e piante da balcone opprime e assorda, sempre.

“Faccio il porco? No, cerco di penetrare donne nude, è diverso. A me non interessa tutto quello che c’è intorno e le volgarità varie. Io non dico sconcezze, amo la bellezza. Ho 63 anni, mi guardi. Cerco solo donne che si spoglino nude e accolgano un vecchio animale come me. Non un porco, un cervo. Tutto l’osceno che desideravo l’ho avuto, resta la sua nudità a darmi vita, il suo corpo non più nascosto. Sono nato nel ’48. Ho vissuto. Signorina, fa male a rifiutarmi. Mi guardi: sono innocuo. Certo, poi è vero che voglio toccarla ma…Io ho la delicatezza di chi ha esperienza. Crescere a Roma negli anni Cinquanta, padre torinese e madre svizzera, non è una fortuna che capita a tutti, sa? Conosco le donne da molti anni. Ma non fraintenda…perché non si toglie quel soprabito? Cos’ha? Se quell’aria che l’avvolge mentre mi guarda è veramente schifata e impaurita, lei sbaglia. Mi giudica con troppa severità e, mi permetta, moralismo. In cosa sarei abietto, mi dica? Fa male sentirsi giudicati a questo modo solo per avere un desiderio. E uno dei più banali, poi! E dolci. Naturalmente, a un certo punto comincerò ad ansimare, un respiro più pesante, ecco, ma se lei preferisce terrò i vestiti addosso e no, non sentirà il mio fiato di vecchio su di lei, saprò scostarmi. Mi faccia ora toccare le sue mani, la prego.”

Più poveri per tutti

O neo tu che indossi il Loden, questo il tuo impegno concreto? Un milione di posti di lavoro in meno, per decreto? Prestarci oggi il nostro pane quotidiano e rimettere fetido su di noi il nostro debito, come noi lo rimettiamo, con spasmi, sul nostro debitore? (Il quale, senza troppo strepito né onore, ci lascerà con il classico cerino in mano perché tanto tra poco muore, decrepito –  ma dio quanto se l’è spassata, bastardo d’un sessantottino scopatore!)

Questi “giovani che non trovano lavoro”
e l’inedia rende brutti,
portino pazienza,
diventeranno vecchi, anche loro, con futuro garantito.
O almeno in totale indigenza,
reietti. In graduatoria per il pane di Stato.
O meglio ancora: morti.
Non vi hanno informato? La morte assume a tempo indeterminato.
Quindi coraggio, ragazzotti,
nel regno dei cieli c’è posto per tutti.
E in fondo, beati i poveri, no? Lo diceva anche quel pazzo esaltato.

Divertirsi con poco

La mia bocca sa di putrefatto, mangio troppa carne. Dovrei smetterla con tante cose anche se molti mi dicono ‘non fai mai niente’, ‘non ti si vede mai’, ‘dove stai sempre?’. Potrei passare all’azione abbandonando certe pratiche, da buon buddhista; mi frena la paura di rimpiangerle un istante dopo, da buono stronzo. Gli abitudinari non fanno le rivoluzioni, si sa. Tanto meno i nostalgici.
Faccio sempre le stesse cose. Nella stessa ora di una settimana mi trovi nello stesso luogo a fare la stessa cosa. E questo possono testimoniarlo tutti: dalla mia vicina, che mi spia, al Console svizzero, mio datore di lavoro, ai miei genitori baby-boomer. Mai nessuno però ha notato e nota lo sforzo mio nel pensare cose sempre diverse, con disciplina, come una vecchia che nel solito tragitto Coop-casa fa gli esercizi di memoria prescritti dal neurologo per non rincoglionire. Nascondermi in pubblico mi diverte. Chiusi nel convento dell’abitudine che è la mia vita io nascondo i miei pensieri divertiti, perché diversi. Pensare il diverso nello stesso: stesso cranio, stesso volto, stessa vitaccia. “Taci e fingi”, diceva il poeta.
Questo marciume in bocca è comunque colpa delle sigarette prese in Brasile, sia chiaro. Poi tre cose, tutte e tre realizzabili in un attimo se non fosse che spunta subito fuori Hegel con l’antitesi…Sono tre:
1) Sognare oppure rassegnarti serenamente: assisti in pace all’impatto con il pianeta Melancholia assorbendo nudo i suoi raggi azzurrini.
2) Amare indistintamente oppure amare distinguendo, tu sì, tu no, selezionando senza sosta cose, persone, decisioni, quindi, come richiesto da ogni selezione, imparando anche a odiare: invidiare, offendere, sfruttare.
3) Dimenticare, sbarazzandoti del vissuto oppure catalogare tutto, farti impressionare dal maggior numero possibile di già vissuto per non separartene mai. Per esempio scrivere o essere nostalgico.
Quanti verbi, che disastro!

Sto  pagando il pedaggio
al confine del male.
 
Seguirmi con lo sguardo, perché Orfeo?
Poco saggio.
 
Tu puoi amarmi,
hai un vantaggio,
non vale.
 
Non posso voltarmi.

Fame di crisi

Mi sono spinto troppo in là con le previsioni,
ora veleggio in un mare che non esiste.
O meglio, che non riesco a vedere né toccare.
Credevo sarebbe/fosse arrivata la catastrofe collettiva, pubblica.
Credevo in una catartica messa in scena teatrale della collettiva disperazione, invece
le vite di ciascuno si sgretolano al riparo da sguardi indiscreti, negli appartamenti e, soprattutto, in silenzio.
Io che tendo l’orecchio per captare i pianti disperati dei miei vicini, sento solo il rimbombo della tv e qualche mobile spostato; se dal terrazzino, nascosto, spio il ragazzo che abita sotto portare fuori il cane, non vedo lacrime né esasperazione. Qualche tic, sì, ma nulla più.
Io non ti conosco, io non so chi sei. Quindi tranquillo: nessuno ti può giudicare, nemmeno io. So però che tu, come tutti gli altri, dipendi dai soldi. E so che i tuoi genitori non sono abbastanza ricchi per renderti indipendente dal lavoro salariato. Ma il resto, proprio mi sfugge.
Che palle, ho toppato. Mi chiedo: ma il nervosismo non li rode, questi? Non so.
Sono arrabbiati, indignati, che roba sono? Non so.
Sono soprattutto stanchi. E tanti. Ecco, questo so.
Così tanti che sembrano tutti.  Ma no, non c’è tensione: nessun dolore, la gente si addormenta in metropolitana con l’ipod alle orecchie, a capo chino, alcuni dormono coprendosi il viso, per nascondere lo sfinimento.
Io pagherei per avere trascritti i loro pensieri una volta risvegliati e riemersi in superficie, la bocca dolce,  tra le 18:56 e le 19:03 di un martedì, durante il breve tragitto che li separa dal uscita nel buio della metro alla loro “casa”, dove io li aspetterò per spiarli. Pagherei, sì. Dopotutto lavoro per pagarmi questi vizi.
Ammira, Titiro, la mia sincerità. Ho fame di crisi, non mi basta mai, ne voglio sempre più!

Datemi una persona che mi parli con trasporto,
portatela qui. Che le mie orecchie vibrino per la sua voce a me rivolta! Che venga!
Da lei avvicinato, chiedo in partenza di essere toccato, le mani addosso; poi, che mi trascini con passione
non già in se stessa ma verso una mirabile presenza terza,
non so dire se umana o spirito,
che venga ora però
e sia una scossa.

La violenza ci salverà.
L’evidenza del genos ci salverà.
Finirà presto questa intollerabile invidia dei figli verso i padri sistemati, con pensioni sicure e tutta la morte davanti.
Aspettiamo. Deve ancora nascere il figlio nuovo, colui che ucciderà il padre per avergli dato troppi soldi, troppe cure, troppa libertà di scopare, adolescente, con la fidanzatina.
Inizia l'avvento. Arriverà. Lui sarà il nostro Re, noi lo seguiremo – futuri Nazareni – e ci porterà alla salvezza.

C’è la crisi economica?
Di nero il mondo si tinge?
Se tutto questo esiste,
perché quel bimbo non piange,
dov'è la faccia triste?

Avemmo una discussione, ma nulla di più. Poi nel giorno del giudizio ce ne ricordammo. Lo rividi negli ultimi istanti, parola per parola.

Art postique

Leggibilissimo, ma incommentabile. Puntare a essere capiti ma non suscitare nessuna replica, nessun dialogo: ammutolire il lettore.

“E mentre il benessere occidentale crolla, i giovani spaccano le auto e la famiglia italiana soffre, io mi aggiro per la città di notte a vedere se si riesce a scopare un po’.”

A volte ritorneranno

Oggi la “verità” –  il credibile –  non te la spaccia più il quotidiano cartaceo, ma Internet. Ci credi se l’hai letto nella controinformazione di Internet, sul blog dissidente, nel cablogramma pubblicato da Wikileaks, non certo sul giornale finanziato dallo Stato.
Dal media Internet  ti fai mettere in forma. Dei quotidiani, invece, ridi e li compri una volta al mese per usare i  fogli nella sabbietta del gatto, sennò fa puzza.
Cosa succederà, a breve? Forse che Internet diventerà l’informazione mainstream finanziata dallo Stato e leggeremo i giornali cartacei (pubblicati clandestinamente, come vecchi ciclostilati di carbonari) per conoscere la “verità”? E il gatto che fa, s’attacca?

Il sogno di Artaud

Prima la deriva era morale*, c’erano soldi presi a debito per illuderci con la favola del progresso lineare delle cose. Ora abbiamo un numero sempre minore di interlocutori disposti a dar credito all’abbellimento della nostra facciata. Le banche che ci prestavano i soldi stanno fallendo, gli amici che ci invidiavano sono stati licenziati o hanno aperto partita IVA. La resistenza alla bestia perde posizioni, l’invasore avanza.
Per la prima volta, i figli sono messi peggio dei padri e, ça va sans dire, i capelli saranno sempre più unti, le parti intime più incolte. Più odori, meno cure del corpo, meno marketing, meno ‘Dei nel dettaglio’, meno qualità –  qualsiasi cosa voglia dire.
La sapienza nel fare le cose un costo da tagliare, non richiesto.

Elenco qui i primi segni di regressione: le donne si vestono sempre più sciatte, sia sul posto di lavoro sia nel banco frutta e verdura del supermercato, guanto di plastica sulla mano che fruga tra i porri. Gli appuntamenti dal parrucchiere delle over 50, un tempo settimanali, vengono dilazionati a uno, massimo due volte al mese. La depilazione del pube di ventenni sessualemente iperattive, un tempo fatta comme il faut da estetista professionista, è ora in carico al possessore del pube stesso, con conseguenti foruncolini rossi sparsi un po’ ovunque.
L’ultima spesa ha segnato un punto di svolta per la tua igiene orale? Direi di sì. Tua moglie ha deciso di non comprare più il colluttorio che ti piaceva tanto, perché costa ed è tutto sommato inutile (non per me, sia chiaro, che respiro il tuo alito la mattina in metro, già cattivo).

Non volete che si parli del corpo? Prendete gli operatori dello spettacolo-informazione mainstream: sono sempre più sottopagati, precarizzati, dunque lavorano sempre peggio: abbondano i refusi nelle free press distribuite in metropolitana come pure – più del solito – offendono certe pubblicità press&outdoor graficamente sempre più incerte, impaginate da stageur sempre più stegisti.
E mi sono limitato a esempi di forma. Riguardo i contenuti stendo il sempre caro mi fu questo velo pietoso.
Anzi, mi limito del tutto e fermo qui l’elenco. Tanto ci siamo capiti.

*E doppia, per l’esattezza. La cara vecchia doppia morale. Tutto sotto il tappeto. Lo sporco, se c’era, si palesava nei tinelli, nella camere da letto arte povera prese a rate, di notte, o comunque in secretezza. “Non sono un morto di fame, vedi? Non sono una bestia.” Riuscivi a far credere questo grazie ai soldi che giravano in più per casa. Oggi non più. Si sta avverando il sogno di Artuad, la bestia si diffonde dal palco, attraversa gli attori e s’insuffla nel pubblico, che comincia a sbracare.

Io e te

Due narcisisti occidentali che si amano each other, senza farsi del male. Un miracolo.

È l’ansia per qualcosa che sta per finire? Oppure per qualcosa che non vuole saperne di iniziare, che si annuncia sempre ma non c’è mai?

Estratto da: “Dialogo tra uno statale greco e l’oracolo di Delfi”

STATALE GRECO: Ci hanno dato tutto, dicendoci che era il massimo desiderabile. Abbiamo vissuto fin qui. E ora, proprio quando cominciavamo a capire – grazie ai libri Adelphi – che in realtà questo tutto è niente, insulso, senza valore, ci stanno togliendo tutto.

ORACOLO: Oh, e finalmente! Perché dunque lamentarsi? Oltre a quattro cianfrusaglie, magari un’auto, una fottuta casa, ditemi, cari amici statali greci: che cosa state perdendo?

STATALE GRECO: La speranza!

ORACOLO:  La speranza? Maledetto cristianesimo di stato, maledetto San Paolo greek oriented ! ‘Senza soldi’ equivale ancora a ‘senza speranza’, sul serio? Ma allora l’idea di progresso, dov’è finita? In banca, anche quella? Nell’algoritmo di un derivato? Aggiornatevi, Achei. Date retta a uno che zitto zitto campa da millenni. Vi offro a gratis concetti come ‘dignità’ (degli amici Latini), come ‘decrescita felice’, come ‘post capitalismo’.

STATALE GRECO: Non vogliono dire un cazzo,  vienici tu, Oracolao meravigliao, nel post capitalismo a crescere con la decrescita felice 2 figli da sfrattato e licenziato. E con dignità dio Bono, dignità!

ORACOLO: Ma tu stesso ammetti che quel tutto era niente. A parte il pane per sfamare le tue due creature, cos’altro vuoi?

STATALE GRECO: La speranza, ancora!

ORACOLO: Ma lo vedi che allora sei un cattolicone? Eh! Ma quale speranza e speranza!

STATALE: Sono greco.  E noi in Grecia siamo ortodossi. Io poi, sono ateo.

ORACOLO: Se vabbeh, lassamo perde, va’. Tu mi sai tanto di uno incazzato nero perché gli hanno rifiutato il finanziamento per il TV al plasma. Mi sai di negro londinese che assalta i Foot Locker di Salonicco. Sarai mica negro? Non ci vedo bene, sai, l’età.

Sulla nonchalance come piaga sociale

I giovani non faranno mai più rivoluzioni, troppo impegnati a sembrar disinvolti.
O fai credere agli amici di essere disinvolto o ti dedichi alla rivoluzione.
Potresti salvarti dicendo: “Non ho abbastanza tempo da perdere per mettermi a fare carriera”. Ma non lo dici. I teorici della decrescita ribattono che stante così la situazione, va decolonizzato l’immaginario.
Infine, siamo al punto in cui è immondo – parlo da esteta –  ribadire che il sistema politico italiano è immondo.
“Non sai tacere con garbo”, mi ha detto ieri notte il Console svizzero mentre uscivamo dal salotto di Mme De la Fleche.
“Ma il silenzio fa rumore, gli occhi hanno un amplificatore, cantava Luca Carboni.”
“Luca Carboni? Occristo…”

In un nuovo posto di lavoro incontri una persona, una caso, e già dopo qualche minuto realizzi che di quella vita, di quell’esistenza, di quel corpo che appena hai imparato a riconoscere tra mille altri non ti resterà che un ricordo labile: è qui presente a te, ma non è una presenza. Non merita di essere catalogata nel presente. È un passato in progress; ti parla, ma non ha nessuna possibilità di farsi considerare come essere umano. Sul nuovo posto di lavoro, una stanza tre metri per cinque, devi  convivere con un futuro ricordo al tuo fianco. Un fantasma che ogni giorno, ogni mattina e pomeriggio dell’anno non ulula né muove la catene, ma parla, sussiste, ti fa sentire il suo alito.

Tre racconti sul contratto a tempo indeterminato

1) «Ma lui è assunto?»: frase tormentone davanti alla macchinetta del caffè.
2) Lui percuote un amico che gli ha appena confessato la propria depressione gridandogli «Ma tu sei assunto, cazzo, sei assunto! »
3) Storia di uno a cui nel proprio paese, pieno di precari, non viene perdonato niente «…perché lui è assunto a tempo indeterminato».

Per ragionare devi stare in privato, nascosto a tutti gli sguardi. Estinto al mondo, distinto al tuo Personal God. Una volta ragionato, potrai ridiventare pubblico e dare in pasto ai maiali i tuoi ragionamenti like a piccolo Mosé che  lancia le tavole come fossero 45 giri negli anni ’70, alla radio.
Non è semplice, lo so. L’orgasmo di una bella sega davanti a tutti è un fatto: comunque la si veda, squallido o no, c’è.  Conosco bene la voglia di essere pubblico, ben visibile e riconosciuto. La voglia di illudere te stesso proiettandoti sulla superficie degli altri è veramente forte, mi sembra evidente. Tu però resisti, non fare il maiale anche tu, non farti sempre riconoscere.

La sincerità di chi non sa come mentire.

D’autunno vado lento in calore
e sudo,
(sole ancora attore nell’ultimo lembo
frescato di giorni
passati tra quinte
di vento fraterno).

Nell’umido limbo che porta all’inverno
e giù,
nel tunnel nudo-inodore
che collega linea 1 a linea 3
le donne italiane cominciano a coprirsi
celandomi presto la pelle sul cuore.

Fare un blog pubblicando tutti i post di commiato di blogger che non ce la fanno più e passo e chiudo; o prendono tempo come un boxeur alle corde.

Dal lavoro esco, torno a casa. Improvvisamente torvo, ammutolisco.
Silenzio nella stanza.

Torna lei, io zitto (giusto qualche parola, in controluce, di circostanza).
Lei che fa? Mi parla poco e le poche volte imposta la voce
Non è una croce. Della grazia è consistenza.

Consumismo comunista e altre amenità

COnsum
muniSTA!

Basterebbe poco, come puntare tutti insieme alla sconfitta piuttosto che uno per uno alla vittoria.
È poco, questo? È troppo, semmai. Impossibile. Non ce la faremo mai. Chi può sconfiggere il consumismo (lo pseudo benessere diffuso a tutti) con le armi del comunismo?*
Qui si vuole puntare uno per uno alla vittoria con la scusa di raggiungerla tutti insieme: il che è ridicolo, ipocrita, un falso, è l’utopia di un consumismo comunista (lo pseudo benessere diffuso a tutti) attraverso le armi spuntate e inique della democrazia consumista.
Due mostri del genere non possono che creare debito finanziario e totale stasi intellettuale.

*Oggi nel migliore dei casi ti farebbero una pubblicità progresso, concetto ‘Meno abbiamo, meglio stiamo!’, testimonial: Jesus De Nazareth, un amico mio brasiliano con la barbetta.

Oppure

– O si fallisce insieme o non vince nessuno.
– No, qualcuno vince.
– Troppi pochi quelli che vincono. Troppa sofferenza per tutti gli altri.
– Chi sei tu per dire troppo pochi? Sono tanti. Se poi infondi a tutti ottimismo e speranza, sono tutti.
(etc.)

FAVOLA DELLA MORALE
 
Riconoscere il nemico ti apre, ti fa sensibile al prossimo, ti fa stare in mezzo agli altri, ti obbliga dunque  a essere morale.
C’era una volta il nostro eroe, e c’era pure il cattivone.
Con pochi nemici certi ben in mente puoi dedicarti a tutti gli altri umani: esercizio che nobilita ed eleva.
 
Riconoscere gli amici tra la folla ti rende invece paranoico. Stai lì nel tuo cantuccio e ti concentri su di loro, diffidi del mondo esterno, ti chiudi, sai che tutti gli altri sono non amici, non persone, niente. 
– C’era una volta il nostro eroe…
– E il cattivone?
– Nessun cattivone, qui siamo tutti buoni.
– Oh! Ma siam sicuri?
Con tutto il mondo potenzialmente nemico intorno ti dedichi unicamente  a te stesso, a qualche parentazzo e a loro: i due, tre amici.
 
E vissero senza sapere di essere felici e contenti.
Difficile allora arginare la piena di ostacoli umani e inumani che ti separano dal tuo obiettivo.
Soprattutto se non sai qual è il tuo obiettivo.
Un modesto consiglio, quindi: seleziona i nemici, non gli amici. E’ un buon inizio.
Non hai nemici? Trovateli subito, presto, fai mente locale, fallo ora o, qualunque sia il tuo fine, fallirai.

Là dentro non riuscivo più a capire se una cosa mi era successa tre anni fa o tre mesi fa. Era la prova che stavo vivendo altrove; vivevo, molti erano i momenti di gioia, tutto era molto vivibile, ma era solo mestiere. A fine riprese il materiale vissuto si dimostrava inutilizzabile. Era fastidioso rivederlo, nessuna voglia di riviverlo, impossibile farne un ‘il meglio di’. Mi facevo riconoscere troppo. Ore, giorni, mesi di girato senza nemmeno una scena degna da montare. Il nulla, io immobile. Capii una sola cosa, era venuto il momento. Da più di trent’anni  raccoglievo materiale per il mio film e da due anni buoni la produzione andava troppo a rilento, ero improduttivo, tutta teso a riconoscermi e vender fumo. Dovevo andare via.

Perché ce l’hanno tutti con il didascalismo? E’ troppo didascalico, dicono. Io ho sempre trovato lodevole il fatto che qualcuno si metta di buzzo buono a indicarti con il dito il senso di quello che vuole intendere. Io a Brecht gli ho voluto bene.
 
Ammicca, se ci riesci. Anche solo una volta, leccalo. Non ne sei capace? No? Sei fortunato, sai? A volte, una leccata in tempi o modi sbagliati può incastrarti per sempre; almeno non corri questo rischio.
 
Comunque dai, ora basta: sta per iniziare. Mettiti in crisi, accoccolati in questo cantuccio caldo e vivi in pace il crollo.

Solo per amore tuo, 
inumano altruismo,
figlio, non ti metterò al mondo.
Solo per amore di mio figlio decisi di non metterlo al mondo
Amo così tanto mio figlio che non lo pro-creo…
Amava così tanto suo figlio che non lo diede al mondo, lo tenne a sé per sempre.

Verifica dei non poteri

Ho cercato maestri perché confermassero la mia immaturità, lasciandomi libero di pascere come bove bovary nel prato giovanile. Volutamente li ho scelti critici verso la società, e disillusi. Ho amato i più cattivoni: filosofi nichilisti, poeti tragici, spietati canterini rock del non c’è più niente da fare. Mi facevano comodo, con loro in cima pascolavo tranquillo e già disilluso, nessun investimento da fare né conseguente ansia per controllarne l’andamento: ero vitello che prendeva confidenza con il futuro macello, fanciullo col bordello.

Fu una fortuna questa familiarità prematura. Ho cercato con bava alla bocca chi mi autorizzasse a non sognare più, ero dove c’erano rassegnazioni benedette dal mercato editoriale di nicchia, assistevo a certo cinema vago e cupo, condendo il tutto con culto adolescenziale per psicoanalisi e avanguardie iconoclaste, per quanto storiche entrambe. (Nietzsche letto da Heidegger che alla fine gira che rigira non ce la fa a darti speranza). Più il pulpito era alto o la torre bianco/lucida, più mi sentivo libero di non desiderare nulla. Più sentivo la autorità certificata tuonare sopra di me, più mi sembrava facile, e ovvio, rinunciare al tentativo di prendere iniziative credendoci troppo. Cosa che crescendo mi sono accorto che tanto ovvia non era, non è: liberarsi del desiderio in fondo in fondo è l’insegamento ultimo del Gotamo Buddho.

E quindi: i miei deliri erano falsi – molta masturbazione, ok, lo ammetto – poi pose nicciane, vitalismi nostrani come certi salami, cultazzo dell’agire abbandonando il sogno, così statico e improduttivo…A quel tempo, primi anni novanta, sembrava ancora necessario, in buona fede, dire ciao ciao all’Ottocento, essere assolutamente moderno seguendo alla lettera la definizione letta nel sussidiario alla voce ‘Rimbaud’. Il problema era che si andava verso il duemila, diobono.

Comunque, è vero, le conseguenze ora si fanno sentire. C’è una società più individualista, cara la mia signora, e io col passato che mi sono scelto ne faccio parte di diritto. A furia di rifiutare inviti a cena o aperitivi si resta solinghi a rimuginare, o è il contrario? Pensa che ti pensa, leggi che ti leggi, scandalizza che ti scandalizza, passano i giorni da recluso in casa e nessuno ti chiama più. Succede così, signora?

Vabbeh. Asciugando il discorso come un dado Liebig (tra l’altro esito finalissimo del vitello col macello) mi domando: e se il nichilismo non fosse altro che un escamotage inventato dalla società borghese di fine Ottocento per consolare il povero impiegato  K. del fatto che non diventerà famoso, né verrà additato da certe morazze in sinagoga come “K. il grande scrittore”? Nichilismo come ‘grande consolatore’ di lavoratori frustrati che falliscono anche nel dopo lavoro, nei loro hobbies più cari.

Storia dei movimenti politici extraparlamentari in Italia (1994 – 2011)

“Pronto?”

“Sì pronto ciao, sono Franco, come stai…”

“Franco ciao, bene, mi stavo drogando. Dimmi tutto”

“E beh, ti ho chiamato per quella cosa, la grossa manifestazione, no, oggi pomeriggio, Berlusconi a casa, la donne oggetto, il governo, i precari! Scendi in piazza, eh?”

“Va bene, dai, ti accompagno
…Ma sai, (per usare un eufemismo).
io sugli indignati, di solito, ci rutto,
e questo lutto
per il femminile offeso
proprio non mi si addice.

Della piazza, il rito
non conviene al mio erotismo teso, ex abrubto
(da bagno o da bandito).

E poi, tutto sommato
io non manifesto per il tuo diritto al tempo indeterminato.
(Perché rischiare di sentirsi stronzo dentro una maggioranza, solo e con sensi di colpa tanto grandi da sentirti in perfetta contraddizione con quanto pretendi di manifestare, quando puoi sentirti stronzo tra quattro gatti, tutti e quattro con te e come te, in perfetta simbiosi?)

Se vado in piazza, insomma,  voglio restare
attaccato alla mia radice,
e magari evitarmi certe scene.
Perché, scusa, per la visione – o meno –
d’un vecchio truce
pene,
io non mi mobilito certo …Manco fosse l’Euridice.
Né con questo mi si intrattiene.
Al massimo, arriccio la narice”

“Va bene, dai, come non detto. Ti lascio, ho fretta.”

“Ma no, aspetta! Gli è che oggi, sì, come si dice,
ho il cafard,
e mi manca il Baudrillard…
Allora, mi son detto:
invece di una giornata-pacco,
massì, io scendo con piacere
a fare due passi in piazza,
come una gondoeta de Venexia tra la società liquida (in) marcia,
puzzona, e cosiddetta per bene.
Massì, prematuriamo a destra lo scazzo del finto Potere, lo scazzo!
e magari lo scacco,
e che magari sia matto.
Sì, fatto. E comunque, dai, cazzo, ho già l’ero nelle vene…
Ci vediamo giù, riattacco!  mi sono  messo anche le scarpe, andiamo, va bene!
Diamo l’assalto a ‘sto benedetto Palazzo.”

“Grande, bella lì!”

L’uomo di Gogol

Pensare una frase, più o meno originale, qualcosa tipo “la vita senza profumo ha un senso in meno” e scoprire poi su Google che la stessa dicitura è usata in modi immondi da semi analfabeti.

Pensavi di avere in mano una figata e invece…

Google sta distruggendo la possibilità e l’illusione di credersi artefici di unicum – figurativi, musicali, linguistici.

L’ingenua aspirazione all’assoluto originale viene mortificata, la psicosi del sentirsi in qualche modo er mejo er più è repressa, il narciso coltivato dentro affonda.

Google come archivio in tempo reale del concetto di nuovo (non perché lo sia veramente, ma perché sempre più persone lo riconoscono come tale)

L’uomo di Gogol, oggi: l’uomo che va a controllare su Google se stesso, le proprie proiezioni. Spera di inventare cose nuove e aspetta il responso dell’oracolo come fosse un Ufficio Brevetti di Trani.

Ad ogni modo, più stai in mezzo a uomini meno vuoi le donne.
In mezzo a uomini, come te,
tu perdi ogni possibile morbosità.

Ecco due fidanzati in gita sull’Adda, seduti su una stuoia. Lui torso nudo e jeans; lei gonna tirata sulle gambe, la canottiera arrotolata sotto il seno per abbronzare il ventre bianco.
Soli tra il verde argine, lei schiaccia i foruncoli sulla schiena piegata di lui.
 
Osservo la scena dall’auto, ferma a uno dei pochi semafori della provinciale padana che percorro questa domenica pomeriggio. Tu, seduto al mio fianco, fingi come il bambino egiziano che venne due anni fa a chiedermi la carità, lacrimoso, non appena scesi dal pulmino davanti alle Piramidi.
Non credetti a quelle lacrime come non credo ora alle tue parole, dette en passant prima che riparta la macchina/vita.

Indignado y indignado

Jolanda va in piazza e manifesta per avere un futuro.
Contro la precarietà del mondo del lavoro, che non ti permette di pianificare la vita, Jolanda vuole un contratto a tempo indeterminato, non importa se finanziato da una banca, da un’industria della grande distribuzione che sfrutta e rende schiave milioni di persone nel mondo, o da un’azienda che inquina il pianeta e l’immaginario di ciascuno.
Jolanda vuole avere un figlio. Jolanda, in piazza, vuole più soldi a fine mese. E li vuole garantiti.

Guglielmo va in piazza e manifesta contro le banche, contro le multinazionali che condizionano la vita di tutti noi, contro uno stile di vita che ha portato la terra al collasso, contro la società dello spettacolo che narcotizza docili masse di schiavi, convinti di diventare re, prima o poi.

C’è una bella differenza tra questi due indignados. Il resto sono balle.

Nuovi immediati dintorni (da “Il console svizzero a Milano”)

Dresda, periferia est.
Un’auto si ferma di fronte al Motel Aviv. Dal finestrino spunta fuori la testa di uomo, sulla cinquantina. Si rivolge all’altra parte della strada, dove c’è una donna, non più di trent’anni, in piedi, bella. I due sembrano conoscersi.

«Ti trovo sempre più bella, Ulrike. Per questo ti scopo sempre meno.
Se vuoi che ti salti addosso palpeggiandoti ansimante, aiutami ad abbruttirti. Tu trasandata sì, te lo meriteresti: il mio istinto di igienista del Museo dell’Igiene di Dresda, il mio alto senso morale da adepto della Chiesa Cattolica Apostolica Romana ti dovrebbero punire. E scatterebbe la scintilla.
La mia mente funziona così, l’estetico e l’istinto non si parlano, divergono oramai su tutto, o quasi. Il che mi spaventa ma…Come dici? Fare l’amore? Intendi scopare dando per inteso che stiamo ‘facendo l’amore’? Certo, però…Sono pur sempre un diacono italiano che vive in Germania, mi imbarazza! Mi fa anteporre il fine alla causa originaria!…Nel mentre, sì, facciamo lo amore (siamo entrambi troppo tracotanti e capitalisti per rinunciare al piacere aggiunto, dunque divino, di amarci come esseri umani, sentimentali) ma prima di tutto dobbiamo scopare.
Prima dell’amore umano c’è sempre la voglia di divorare, mordere e offendere l’altro animale.
Prima del linguaggio, la fame.»

da “Il console svizzero a Milano”

Fumare sigarette danneggia il mio sperma, leggo sulla stecca acquistata a Singapore. Allora entro nel mood ‘pippa mentale’ e ti dico questo, caro amico:

«Hai scritto così tanto che non fai altro che leggere cosa hai scritto, pensando in questo modo di leggere te stesso, cioè qualcuno di cui ti fidi, tutto sommato interessante.
Migliorando ciò che hai scritto, pensi di migliorare ciò che sei stato e credi di essere. Risistemi una virgola sperando di sistemare un brutto ricordo del passato.

Io, il Console svizzero, dico: sei tra te e te, un incesto informativo, un circolo vizioso che si autoalimenta! Il rischio di psicosi è dietro l’angolo.
Grazie al cielo, non ti scomponi più di tanto. Sai che là fuori hai la vita che apre il circolo e lo trasforma in triangolo. Sai che là fuori hai la cosiddetta realtà – noiosa e rovinosa quanto vuoi – ma che come deus ex machina interviene per estrarti dalle tue fissazioni.

Leggi il mondo, dunque. Leggi tutto ciò che è lontano dalle parole e dai segni, cioè da te stesso, perché tu sei (credi di essere) parole. Il tuo inconscio è grammatica interiore?
Esci dal tuo inconscio.
Esci da te stesso, esci dalla dipendenza delle parole e sta’ in mezzo alla vita che si distrugge là fuori. Va’ verso il fuoco. Ecco la tua missione.

Avrai nuovi materiali, freschi, privi di impurità, liberi da artifici linguistici. Potrai così scrivere ciò che leggerai in futuro e variarti il flusso sanguigno, che è circolare, ti fa sta stare eretto ma è vizioso, incestuoso, non dimenticarlo mai.»

(e via così, di nuovo dall’inizio, in loop).

Stare in mezzo agli altri per non perdere dei referenti esterni che fungano da modello, da via di fuga, da meschina consolazione o più semplicemente da prova in carne e ossa, toccabile, dell’esistenza di altri esseri umani. Mi piace il modo in cui ti lavi le mani, volevo dirtelo.

Di qualunque cosa si tratti, bisogna partire dai più poveri. Sono di più e si fa prima.

L’uomo che volle vivere male

– «Le sono mai capitate delle cose inaspettate che le hanno procurato dolore reale? »
– «Ma senti che parole in bocca a così giovane creatura! Dolore, lei dice. Nella vita, tutta?»
– «Sì. Cose che le hanno procurato dolore reale. »
– «Dolore reale? »
– «Un fastidio perenne, ecco…Come avere sempre il mal di schiena.»
– «Oh! »
– «Le è mai capitato? »
– «Ma lei non intende il mal di schiena, lei intende nell’animo. »
– «Sì, dentro. Io convivo con un dolore del genere da più di vent’anni. Le è capitato? »
– «Che diamine, capita a fagiolo, fanciulla! Che ingenuità, quanta tenerezza! Permetta che mi presenti, sono l’uomo che volle vivere male.»

Viviamo per guardarci tra di noi: in bagno, allo specchio, ci scegliamo pulsionalmente 1/2 riferimenti che pretendiamo essere la nostra identità (finto Io). In cucina, mentre beviamo il thé, ci imponiamo 10/20 modelli che ci perseguitino (finto Super Io).  Nel salottino, prima di cena, ci installiamo inconsciamente 100/200 scariche energetiche che grazie al linguaggio (o finto Es, o finto inconscio, un po’ come cazzo vi pare) chiamiamo desiderio, mania, depressione (certificata dallo Stato, se possibile).  
Poi, comunque vadano le cose, corriamo fuori in strada, frementi come checche, alla ricerca disperata di uno sguardo.

A proposito di culo e del quadro politico su cui poggia, dirò che
nei posti dove c’è da lavorare
poco, immancabili, ci sono i paraculi. C’è la sinistra.
Nei posti dove c’è da lavorare
molto, i leccaculi. L'untissima destra.

La polvere di marmo del Partenone come coca sniffata dal broker newyorkese

Servire vivi. L’impossibilità di fallire, cancellandosi.
Non puoi morire fuori scena: stai qui, crepa davanti a noi.
Addio certezza dell’osceno, ci siamo divertiti.

Jouer, to play.
L’obbligo di stare al tavolo a giocare questo gioco, costi quel che costi (Tu in metropolitana tutte le mattine oppure Freddy Mercury che canta ’The show must go on’. Tu lo sapevi:  la cantava perché aveva l’AIDS. Era il ’91.)

La Grecia, oggi.
Il debito. L’euro. La moneta morente. Klossowski morto nel ventunesimo secolo.
L’Acropoli, così fetish nei tuoi ricordi di studente! L’invenzione della metafisica, il mito della caverna e paf, è stato un attimo! Inevitabile, l’invenzione della finanza e poi paf! Un altro attimo ed eccoti l’invenzione della banca…Come dire, prima della Scuola di Chicago, l’Osteria da Ciccio Platone, in via Ficino, a Firenze.
Risultato: l’interesse presente ovunque che atomizza e stritola l’individuo, la dittatura del presente, l’atto lorenzaccio del broker che tira di coca, bianca come polvere di marmo del Partenone.
Le banche troppo grandi per fallire. Atene troppo piccola, insignificante per fallire.
Ci servi viva, Clitemnestra! Agamennone è qui con noi mezzo morto ma respira ancora e Ifigenia è stabile. Ci servite vivi, ragazzi, ci servite tutti*.

Oppure

Lo spettacolo che ce piace tanto. Le dirette TV dalla piazza indignata e (forse, ma sarà poi vero…disperata), i media che ti mettono in forma, i colleghi che vanno in palestra.
Compri a rate il TV al plasma per vedere bene in faccia (in HD si vede bene) questi giovani mainstream senza futuro che nelle belle  piazze d’Europa (che visitiamo nei weekend come turisti, con voli low-cost) occupano e chiedono un lavoro a tempo indeterminato.
Con il Mac – preso a rate – segui morbosamente su Facebook i movimenti colorati viola, arancione, giallo, lillà, le foto, i canti…senti quasi gli odori  di questi uomini e donne caucasici, belli, ben piantati, i nostri cari e coccolati giovani precari che hanno studiato e non possono mettere su famiglia!
La privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite, comunque. (Ma, volendo, scopare è diventato più facile. Il che non è poco.)

…No, non ti vogliono far fallire, stai qui, spera, dì qualcosa, Cristo Dio!

Passiamo ora al segno del Capricorno. Lavoro: non stanno delocalizzando in India solo le imprese del tuo bel paese e di chi ci lavora**. Ora cominceranno a delocalizzare anche i consumatori. Cioè quel che resta di te, caro Capricorno: sei disoccupato, è vero, come lavoratore non conti, ma almeno come consumatore credi di avere ancora una certa dignità, no?…Qualche soldino da parte per una vacanza, una Nikon Coolpix del cazzo o per il cambio dell’auto a rate ce l’hai, no? Embé, non li vorranno più i tuoi soldi, sono comunque troppo pochi.
Spiacente Capricorno, sarai troppo povero anche come consumatore, pensa un po’.
La scena è questa:  chiuderanno i centri commerciali e tutti voi, Capricorni sessantenni nostalgici, andrete a fare picchetti per evitarne la chiusura così come li fate oggi, trentenni, quando chiude un cinema de quartiere che era tanto caruccio.

 
* In culo alla democrazia, a Pericle e ai cuturni degli attori attici.

** Ci lavorava tuo padre, ricordi? Ora ci lavora Pankaji, un indiano di Chennai.

Sapevo cosa avevo perso, tutto sommato poca cosa. Ma la paura di minimizzare troppo mi spaventava.
Forse, pensavo a volte, ho perso tanto.
Tante cose che prima potevo fare ora sono impedite
o semplicemente non ho più nessuno che le faccia con me.
Quali cose? Non so.
Sono sensibile alle cose che guadagno, mi concentro poco su ciò che perdo.
Mi distraggo,
fino a quando è troppo tardi: non solo la cosa è persa,
 
è dimenticata.

Cerchi la bisettrice perfetta, che porti via, sei ancora schiacciato nell’angolo.
Il supremo ed equidistante 'je m'en fous' dovrà ancora attendere,
l'infinito 'me ne vado' rimandato.

Per farla finita con chi non la finisce

Ma quale
“la fine è il mio inizio”! Oh, ma che stiamo scherzando?
Pure la certezza della fine mi volete togliere?
Comunque, sentite… non volete leggere Schopenhaueur? Leggete almeno questi due strilli sulla gazzetta. La brutta notizia è che tutto è perduto, tutto! E già da qualche decennio, ormai.
La bella notizia è che nessuno sembra interessato a farvelo sapere nei modi e nei tempi che piacerebbero a voi: anzi, scordatevi proprio che qualcuno ve lo dica, nero su bianco, con tanto di cartelli e istruzioni per l’uso. Faranno in modo che non ve ne accorgiate, che non vi sentiate per nulla sconfitti.
Dopo l’aut aut kirkergadiano, l’out out de ’noartri. O scegliete la sconfitta e la vivete in pieno, magari andandovene, o lavorate come bestie tenute alla fame.
Out out, o sei fuori in modo dignitoso e degno oppure sei fuori lo stesso, ma da schiavo schiacciato, decidetevi.
In entrambi i casi, si è fuori.  E sì, si i soffre ma…La vostra coscienza della sconfitta sarebbe la vostra vittoria. Da sconfitti, vi illuminereste! Loro, gli altri, i cattivi, quelli che invidiate, verrebbero sopraffatti. Anche senza scomodare Buddha: rivoluzione, rivelazione, cambiamento!
Invece..Invece no, non deve succedere niente. E di fatto non succede niente. Nessun time out.  Nessuno che voglia veramente farla finita, mollare il colpo, prendere e andarsene. La vostra frustrazione di eterni non vincenti serve a tutti, voi compresi, me compreso, è il motore del sistema. Biologicamente funziona: le persone non muoiono, la vita occidentale si allunga*. Il Sistema funziona così da sempre. Accontentarsi di vivere più a lungo, pararsi il culo, fare la formica non importa come. Punto. Guai a fare incazzare ‘O Sistema.
Se non foste così schifosamente frustrati, pessimi consumatori sareste. Pessimi lavoratori, improduttivi, non abbastanza affamati. Non star lì a guardarti l’ombelico, dicono, non piangere, regisci, buttati! Dai, dai, porcoddio! Buttati, sei bellabella, se ci credi ce la fai, vai, vai, vai! Gli psicologi in Tv parlano chiaro e questo mondazzo per andare avanti non ha bisogno di sconfitti consci della propria sconfitta, raccolti su stessi, ma di lottatori affamati di ribalta con occhi equini al punto giusto, abbastanza per mettere a fuoco la carota penzolante dal bastone. La pubblicità che guardate la sera tra un telefilm e l’altro trasforma la carota in obiettivo, e l’obiettivo si sdoppia a sua volta diventando ora un premio aziendale ora la lente di un fotografo che titilla il vostro ego. “Fissa l’obiettivo, somaro”.

Lavorate, dunque. Consumate.
Specchiatevi e guardatevi tra di voi,
annusatevi didietro come cani.
Lottate e stringete i denti prima che vi marciscano,
(che poi a rifarli costa un occhio della testa).
E sì fateli ‘sti soldi, presto!
I soldi. O l’aumento, la carriera. Il segno +, la vostra croce.
Il mondo è bello e crudele.
Dai.
Le vostre trattenute, il nostro salario. Indebitatevi
– per consumare
– per i figli (questo e altro)
– e per la casa .
Coraggio.
Sennò, alla mia pensione
e al futuro welfare che dovrà mantenere tuo figlio,
inoccupabile,
chi ci pensa ?

*Gli occidentali hanno sempre cercato di sconfiggere la morte, anche se questo implicava vivere di merda.

La gente tornerà nelle strade? Dopo le domeniche a piedi per lo smog, i martedì  in piazza per l’assalto al palazzo? Quando si aprono i provini per partecipare al reality ‘Revolution’? Il Maghreb farà tendenza? La Grecia che dice? L’Italia? La facciamo anche noi o no un bella marcetta, con qualche scontro pensionati-polizia, statali-esercito,  e sangue e titoloni sul giornale on line? Sì, no? Io mi annoio, cristo, mi an-no-io! (Mi hanno detto che nel Wrestling è tutta una finta, i combattimenti sono coreografie già decise  a tavolino dai lottatori, allora guardando i filmati degli scontri in Siria e ad Atene, mi son detto: ma sarà mica wrestling, questo? E non era sabato. La gente il sabato va in crisi perché non trova qualcosa di abbastanza interessante da fare che compensi la fatica dei 5 fottuti giorni lavorativi.)

Già stato disperato tante volte, figurati, questa sarà la quarta o la quinta. Senza speranze: sensazione sgradevole, ma che ti devo dire? Fare il callo alla disperazione significa scoprire a un certo punto del sentiero la propria immagine riflessa su una superfice insperata, perché è notte. Odissea o Anabasi conta poco, dopo l'una sempre l'altra, comunque.
Batto nuovamente la via che porta al bosco e dal bosco alla radura e poi ritorno, senza perdermi. Accetto l'eterno ritorno senza impazzire. Supero l'aghiacciante visione di me con garbo, peraltro non richiesto. Infatti il tutto è al buio, tra animali a caccia e sono solo.

PRIMAVERA
 
Primavera che a me non piaci, io voglio
dire di te che di una strada l'angolo
svoltando, il tuo presagio mi feriva
come una lama. L'ombra ancor sottile
di nudi rami sulla terra ancora
nuda mi turba, quasi anch'io potessi
dovessi
rinascere. La tomba
sembra insicura al tuo appressarsi, antica
primavera, che più d'ogni stagione
crudelmente risusciti ed uccidi.

Umberto Saba

[intorno al 1933]